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Sentirsi sola dopo aver fatto figli

sola con i figli

Da quando ho fatto figli mi sento sola. Una solitudine inaspettata, perché secondo i calcoli e i progetti, i figli li volevamo in due. Dico li volevamo perché di fatto non ho ben capito quando ho vinto il carico da novanta, quando ho dato il mio assenso a cambiare io e basta i pannolini, ad alzarmi solo io la notte. Non ricordo di aver flaggato nessuna casella con scritto “si, lo faccio solo io”.

Lui non lo fa. E allora lo fai tu.

Finisce che lui non lo fa: non fa il bucato, non si occupa di preparare il latte, di lavare i bambini. Non fa fare loro la colazione perché o è in ritardo o comunque deve andare. Non se ne occupa semplicemente perché pensa che non spetti a lui. Man mano il cumulo delle cose da fare aumenta e cambia, e chissà perché diventi solo tu il referente di tutto. Chiami tu il pediatra, anche se a guardar bene si tratta solo di una telefonata, sei tu quella che li recupera in giro e li va a prendere, tu quella che si smazza la ricerca dei regali di compleanno, tu quella che si subisce poi le festicciole, tu quella che “ma come? Non sei andata a fare la spesa?”. Tu quella che viene additata se la casa è un disastro. Tu. Non esiste un Noi. Sei sempre e solo tu che dovevi, tu che non hai fatto, tu che avresti dovuto. Non lo so esattamente quando è successo che la sua stanchezza valesse più della mia, che le sue ore di lavoro fossero più pesanti delle mie, che il suo non ho voglia avesse più peso del mio.

Non l’ho mica capito quando tutta la fatica che faccio è diventata peso sostenibile per me, ma non per chi lo sta giudicando. Sono cinque anni che non dormo. Non scherzo: cinque anni, da quando è nata la mia prima figlia, che non dormo più. Sono riuscita a farmi un sonno di circa sei ore tirate, più o meno sei volte da quando sono nati i miei figli. Non una volta di più.

Quando ha cominciato a dormire la grande, è nato il piccolo, e via di altre notti in piedi. Passo ore a urlare che non ce la faccio più. Non ho capito dove si è nascosta la falla di questo contratto. Dove stava la clausola del “fallo tu che io non ho voglia”.

Il suo “non ce la faccio” ricade immancabilmente su di me.

Io ce la devo fare sempre.

Non è previsto che io stia male.

Che io possa fallire. Non è contemplata la libertà di dire “oggi pensaci tu”. Perché o ci penso io o ci penso io. Per ogni cosa che lui non vuole fare, per ogni colazione al bar che non vuole mancare, per ogni momento che vuole per sé e basta, è dato per scontato che io ci sia e ci debba essere.

Non c’è mai un “posso aiutarti?” un “vuoi che faccio io?”. E più di tutto mi mancano gli abbracci sinceri. Mi manca la meta comune, mi mancano gli obiettivi scelti insieme e la voglia di fare ancora il viaggio fianco a fianco. Invece sono diventata una specie di sherpa della fatica a cui è stato caricato addosso di tutto e ora mi trascino, stanca, alla fine di ogni giornata che non è mai una fine, perché tanto dormirò forse 3 ore di fila, e poi ricomincerà il via vai da un letto all’altro a massaggiare pancini, schiene, piedini, fino all’alba, fino a che il sonno avrà la meglio. O vinceranno le mie bestemmie.

Sono stanca.

Non era questo che avevamo deciso. Non erano questi gli accordi. Non era questo che mi aspettavo quando ci dicevamo che volevamo dei figli. Non mi aspettavo che sarebbe stato facile, quello no. Ma mi aspettavo che saremmo stati in due.

Di fatto, invece, sono sola. Tremendamente sola.

Succede solo a me? Solo io mi sento tradita da questo compagno di viaggio che ha mollato i remi a me dicendomi “fai tu, che io non sono capace?” Sono l’unica a cui è finito tutto addosso?

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