Educazione e sviluppo cognitivo, FAMIGLIA

Compiti a casa: dalla teoria alla pratica

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Come nella vita quotidiana casalinga, anche in quella scolastica esistono differenti tipologie di bambini: quello che a scuola ci va volentieri, si impegna trovando soddisfazione nella propria riuscita e che quando rientra a casa non vede l’ora di fare i compiti svolgendoli in totale autonomia; bambini molto intelligenti ma poco stimolati che a casa impiegano ore e ore nell’esecuzione degli esercizi dati, oppure bambini che proprio non ne vogliono sapere, che rimandano sempre a più tardi, che svolgono i compiti in modo svogliato e distratto o che si incantano “perdendosi via” per qualsiasi inezia.

Poi, come esistono tante tipologie di bambini, così esistono differenti genitori che possiamo distinguere principalmente in tre categorie: i genitori iper-perfezionisti, ovvero quelli che pretendono performance impeccabili tanto da arrivare a fare i compiti ai propri figli, genitori ansiosi e nevrotici, che si arrabbiano o tentano di imporsi in modo brusco e diretto (io ero una di questi) ricorrendo a punizioni o premi innescando un potenziale “circolo vizioso”; oppure troviamo genitori totalmente assenti.

Il ruolo del genitore

I compiti a casa o esercizi, anche se potrebbero sembrare marchingegni studiati per mettere alla prova i nervi di noi genitori, altro non sono che uno strumento di apprendimento, verifica e crescita necessari al completamento dello studio avvenuto in classe.

Uno degli errori che spesso viene fatto è quello di confondere il nostro ruolo; infatti noi genitori non siamo un sostituto all’insegnante bensì acquisiamo di diritto una posizione complementare e di supporto alla figura primaria.
Non dobbiamo quindi, perché genitore, nascondere eventuali difficoltà del bambino magari eseguendo i compiti al posto suo, oppure essere troppo esigenti e perfezionisti con continue cancellature o pagine strappate, se non strettamente necessario; anche le correzioni andrebbero limitate, fornendo maggiore autonomia con l’avanzare dell’età e quindi della classe.

Inoltre è da evitare di riversare sui figli eventuali frustrazioni o mancanze avute in prima persona. Sono entità separate a noi, capaci di agire in totale autonomia, senza nessuna necessità di censura.

Per fare i compiti serve la giusta motivazione

Si impara se c’è la giusta motivazione. La motivazione fornisce le risorse per l’impegno, per la continuità, per il coinvolgimento nello studio.
Dott.ssa Viviana Ferloni

Prediligere sempre lo stimolare l’interesse e la curiosità all’apprendimento piuttosto che sgridarlo continuamente. “Giocare” di rinforzo positivo in modo specifico, credibile e contingente. Chi ottiene il risultato deve essere premiato: spesso ha più successo un “evvai, batti cinque!” rispetto ad un regalo tangibile: il rinforzo deve essere adeguato. Da evitare anche, la competitività creata dal confronto con i risultati scolastici di altri bambini. Il rischio è sempre quello di ledere l’autostima e fiducia che i nostri piccoli hanno in loro stessi.

Creare la giusta motivazione cercando di mantenere le emozioni quali ansia e rabbia sul corretto binario, nell’accezione positiva dei termini perché lavorare sotto pressione favorisce i processi decisionali fornendo risposte adeguate alle situazioni di emergenza.

Okay, okay quanta aria fritta, direte voi. Forse. Ma senza queste premesse è impossibile avviare anche solo una serie di esempi tangibili, vissuti “sul campo” che ovviamente vi racconterò nel prossimo post :P : “Compiti a casa: istruzioni per l’uso“. Ma intanto voi raccontatemi, che tipologia di genitori siete?

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